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9 novembre 2009

Ricordare...



















Nell'aria, tinta d'arancio, tanti praticanti, tutti in in fila.
Come i tasti di un pianoforte, allineati e in ordine, con i volti incerti, tra il riso e l'amaro.
Tutti accomunati però da una sola ed unica motivazione: donare.
Donare qualcosa di tangibile: la propria pratica e un piccolo piccolo supporto economico... e qualcosa di etereo: la propria compassione, ovvero la condivisione di una parte di quello struggimento che per molto tempo accompagnerà chi resta qui, e il tentativo portare sulle proprie spalle un po' di tutto quel peso.

Oltre cento aikidoka si sono dati appuntamento per stringersi intorno al cuore dei cari di Maurizio, per danzare ancora con lui e per lui sul tatami, per far comprendere che l'aikido è davvero famiglia, comunità, affetti. Che niente inizia e finisce sulla materassina. Che tutto inizia e non finisce, nello spirito. Che ogni gesto può significare qualcosa di importante.

Ci sono stati sorrisi, in questa giornata spesa a soffermarsi e a ricordare.
Ci sono state lacrime, date in dono, insieme agli Onori.
Ci sono stati abbracci, e sguardi.
Ci sono stati incontri, di mani, di braccia, di occhi.

Alcuni sono venuti da lontano.
Altri, tanti, erano già qui, in questi mesi non si sono spostati, fedeli ai loro spazi, ai loro tatami.
Altri ancora si sono mossi con lo spirirto e con le intenzioni, non potendo presenziare fisicamente, e dimostrando che si può, quando si vuole.

Un caloroso ringraziamento a tutti coloro che hanno partecipato con la mente, l'animo e la volontà. E un augurio e un invito, a tutti, di seminare bene, in questa vita che è un passaggio in autostop, per meritare tanto affetto quanto il nostro compagno e amico è riuscito a fare in così breve tempo.

5 ottobre 2009

Memorial

Così come una improvvisa separazione ci ha uniti nel dolore, nella compassione, nella consolazione per la perdita di un amico, allo stesso modo ora il suo ricordo ci terrà vicini e compatti, fermi e sorridenti al pensiero di trascorrere una giornata in suo onore.
Sabato 7 novembre tutti, ma proprio tutti, siamo invitati a passare una giornata insieme, a praticare sul tatami, ad ascoltare le parole a volte commosse, a volte divertenti, che saranno dette parlando di Maurizio Mirimin.
Sono invitati gli amici, che pur non essendo mai saliti sul tatami con lui, potranno percepire la sua stessa energia, quella che ci metteva sempre.
E' invitata la famiglia, a condividere questo onore dovuto.
Sono invitati i Maestri, che sapranno come farci sentire protetti, nella nostra natura di esseri umani prima che di aikidoka.
Sono invitati gli alti in grado, perchè con lui hanno condiviso chissà quanti irimi e quanti tenkan, che la vita ha offerto loro.
Ma soprattutto sono invitati i kyu, i giovani, i principianti, quelli che hanno mosso i loro primi passi ieri, perchè abbiano la possibilità di intravvedere qual'è il cammino dell'aikido, di ciò che davvero è impregnato, perchè si sentano parte di questa famiglia che forse hanno deciso di scegliere. Che non pensino che il loro contributo non sia importante, perchè in alcuni momenti un solo sorriso può bastare a fare la differenza. E nessuno di noi sa a chi potrà appartenere quel sorriso.
L'unica cosa che sappiamo è che, come tutto il resto nell'Universo d'altronde, l'aikido presenta oltre al piacere, anche il dovere.
Questo Memoriale non nasce con l'intenzione di imparare, mostrare, stupire, vuole solo essere la celebrazione di un'amicizia, di una lealtà, che supera la barriera che divide questo mondo da un altro. Per compiere il proprio dovere non servirà essere bravi, ma semplicemente... esserci.

21 settembre 2009

Piccoli Kyu crescono

Nella "scala dell'Aikido" ogni passaggio di cintura segna un gradino in più conquistato, ma verso quale obiettivo? Il praticante di Aikido sa che l'obiettivo è semplicemente il gradino successivo, e sa anche che non c'è un traguardo ultimo, finale, dopo il quale la sua ricerca sarà conclusa. Se la pratica lo accompagnerà per tutta la vita, ad un certo punto probabilmente i gradini non esisteranno nemmeno più, la ricerca diventerà introspettiva, come una spirale che si arrotola infinite volte su se stessa, smetterà di essere quantificabile, giudicabile da un esaminatore, il solo esaminatore possibile sarà l'esaminato stesso che dovrà confrontarsi con il suo diretto operato.

Ma non divaghiamo, questo succede solo dopo molti molti anni, e per i "piccoli kyu" questa è una meta che si riesce ad immaginare solo osservando l'esempio degli insegnanti. Ciononostante questa distesa di tempo e di esperienza che divide i principianti dal Maestro non crea frustrazione, ansia, come spesso accade con i propri superiori o con gli insegnanti a scuola, perché l'attività del maestro non è mai finalizzata ad umiliare o sminuire chi muove ancora i suoi primi passi sul tatami con incertezze e imbarazzo.

In una buona scuola il Maestro è un riferimento soprattutto morale, etico, un esempio di fermezza, correttezza una persona sulla quale si è certi di poter riporre la propria fiducia, poiché gli si affida in un certo senso la propria incolumità (non dimentichiamoci che una pratica scorretta o inconsapevole può provocare dei danni fisici anche gravi).

Nel suo
Tao per un anno Deng Ming-Dao scrive: "Senza un maestro non possiamo cominciare, ma se non vediamo al di là della sua persona non possiamo aspirare all'interezza. Un buon maestro ci conduce verso il nostro maestro interiore."
Ed è così che, passo dopo passo, il buon maestro conduce l'allievo nel
Tao dell'Aikido, ed è ancora così che, esame dopo esame, i piccoli kyu crescono, e crescono nella pratica, ma soprattutto crescono nella vita di tutti i giorni, e sentono temprarsi il corpo ma anche lo spirito. Sentono che è più facile far valere i propri diritti, ma anche adempiere ai propri doveri.

Questo spiega anche perché qualche volta abbandonano.

Non è sempre facile assumersi le proprie responsabilità, talvolta tendiamo a rimandare o a demandare agli altri, se è possibile. Sul tatami questo non si può fare, e durante un esame meno che mai. Ciascuno di noi sulla materassina è solo con le proprie paure, le ansie e le aspirazioni, ognuno fa Aikido solo per se stesso, per soddisfare la propria sete. Talvolta è un bisogno di mostrarsi, di emergere, talvolta è un desiderio di sopraffare, altre volte è solo la necessità di migliorarsi. Credo che solo questa ultima esigenza permetta una crescita aikidoistica, poiché si tratta di un processo molto lungo.
Il confronto con chi pratica da molti anni è stimolante, ma qualche volta, se si è un po' stanchi, può apparire frustrante. Se si cercano altri risultati, più esterni, spesso si tende ad abbandonare la via, a cercarne una più semplice che apporti dei risultati con meno impiego di tempo e di energie.

Essere kyu è un po' come essere bambini: per poter camminare è necessario prima imparare a gattonare, poi ci vuole la forza di volontà per alzarsi e soprattutto il coraggio di cadere (e questa volta non solo in senso metaforico!). Così come non possiamo pensare di nascere già adulti, allo stesso modo dobbiamo apprezzare i passi mossi come principianti, perché sono le basi per quelli futuri.

Un giorno un noto pediatra, ad una madre eccessivamente ansiosa perché il proprio figlio non aveva intenzione di alzarsi in piedi, rispose: "
Signora, lei ha mai visto per strada un adulto gattonare?" Questa è la stessa risposta che dobbiamo dare a noi stessi quando ci lasciamo prendere dalla fretta, che è figlia di una filosofia tutta occidentale che ha contaminato molte arti marziali ma non l'Aikido.

Se saremo costanti anche il primo Dan arriverà... ma anche dan... non vuol dire "grado"... "scalino"...?