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23 aprile 2010

Black & White



Ancora una volta gli opposti.
Ancora una volta accostati.

Noi hakame, il bianco nel cuore, il nero nelle anche.

Sono passati quasi due anni dal mio primo Dan, e solo adesso sento i pensieri comporsi in file più o meno ordinate. Molte cose sono cambiate nella mia pratica, da allora, quasi tutte. Modificazioni impercettibili, come quelle della vecchiaia. Di una ruga non ti accorgi mica, fino a quando non la vedi già perfettamente delineata sul tuo viso. Allo stesso modo oggi mi sento diversa, ma non so dire nulla dei piccoli sommovimenti che mi hanno portato a questa sensazione.
Nella mia pratica il bianco ed il nero si scambiano di continuo, si fondono, si spostano, alle volte prevale il primo, altre il secondo, talvolta si scontrano lasciandomi sorpresa.
C'è un piccolo "spirto guerrier", forse troppo spesso domato, che ogni tanto prende il sopravvento, e che mi fa desiderare di portare la tecnica fino allla fine, che io sia uke o tori non importa, di spingerla per tararne il limite, che mi fa dimenticare i dolori e la paura. Che talvolta mi rende egoista e desiderosa di imparare ad ogni costo, dimenticandomi degli altri.
Ma poi c'è il bianco, che mi fa pensare all'importanza di indossare una cintura nera, al debito nei confronti dei Senpai che ti hanno accompagnato nel cammino, al credito nei confronti dei Kohai, che si aspettano che qualcuno per loro faccia lo stesso.
Passano gli anni, ogni passo è una conquista, ogni nuovo colore da indossare significa solo che non siamo fermi, che non abbiamo smesso di lottare. Dopo la "nera" però non ci sono più colori da conquistare e allora ti viene la paura di non sentirti più così esigente, stimolato, e invece, proprio nel momento in cui inizi a rilassarti e a calcare il tatami per il puro piacere di praticare aikido, ecco accendersi una piccola lucina, e tutto intorno assume altri colori, contorni, sfumature...

... e niente intorno a te è solo più bianco e nero...

29 marzo 2009

Underground

Ho accettato questo lavoro soprattutto perchè per andarci prendo la metropolitana.
Può sembrare stupida come motivazione ma, io ADORO prendere la metro, la nostra metro.
Oh niente a che vedere con gli splendori di Mosca o di San Pietroburgo, ottanta metri sottoterra e stazioni che sembrano saloni delle feste degli Zar, tanto belle da non poterle nemmeno fotografare. Ci ho provato eh! Ma un abnorme poliziotto mi si è parato davanti e ho dovuto mimare la solita italiana monoglotta per cavarmela senza la multa. Tutt'altra cosa anche il Metrò Parisien, sicuro, con le sue moltitudini umane che la invadono ogni giorno come affluenti nel fiume, e i ragazzini che invece di timbrare il biglietto saltano il tornello (si vede che a loro manca quel "p'tit brun," di cui invece noi siamo provvisti).
A Torino la metro è un mondo nuovo, quasi alieno. Una creatura dello spazio che, caduta per errore sulla città, è stata addomesticata e ora trasporta la gente in due uniche finite direzioni: Collegno - Porta Nuova.
C'è qualcosa di mistico in questo dualismo: dentro e fuori dalla città. Sali a Porta Nuova, sfuggendo al brulichio della gente, alla puzza di smog, e scendi a Fermi, in una periferia brutta ma piena di cielo.
Dal primo gradino di un ingresso qualunque la stazione ti inghiotte. Un secondo e non ricordi più chi sei e qual'è la tua meta. Ogni giorno la stessa routine, gli stessi passi, ma una musica diversa.
Mi immergo e mi chiedo se per caso prima o poi mi ritroverò per qualche misterioso fenomeno a scendere a Montmartre, a Camden Town o in un'altra galassia, chissà.
Buffo, ma tutti i "metropolitans" sembrano condividere la stessa speranza, quella di uscire fuori e trovare un mondo diverso, magari migliore.