Non quello dello Zanichelli, inteso come "non accettare".
Il rifiutare dei nostri giorni non è nemmeno quello di "annusare una seconda volta".
No, il rifiutare che vedo ogni giorno è un neo semantismo per "andar per rifiuti".
Un nuovo stile di vita per molti, giovani e vecchi, donne e uomini, di ogni ceto, etnia o età.
Sempre di più aumenta il numero delle persone che incontro per la strada a tutte le ore, in cerca di un tesoro abbandonato nel cassonetto.
La mattina trovo i giovani, extracomunitari perlopiù (ma che cazzo vuol dire poi extracomunitari, se parliamo dell'unione Europea dovremmo definire così anche gli inglesi!).
Le sera, quando rientro invece incontro gli anziani, dignitosi puliti e benvestiti, strangolati da una pensione che definire minima è un eufemismo, quindi chiamiamola pure infima.
Uomini e donne che hanno magari lavorato per una vita e ora sono ombre, nascoste come chi si vergogna, costretti a cercare di campare con quello che gli altri hanno buttato via.
Un decennio fa, per le strade di Belgrado, subito dopo gli ultimi bombardamenti, pensavo guardando gli anziani questuanti per le strade, che la civiltà di un governo si vede da come riesce ad occuparsi degli anziani, di quelli soli, di quelli malati. La Serbia allora aveva perlomeno l'attenuante della guerra, ma noi?
Possiamo definirci un paese civile? Stiamo perdendo tutto, tutto quello che quelle stesse persone che ora sono costrette ad umiliarsi, avevano costruito per noi.
E noi stiamo qui, ad osservarli, rattristati, da un balcone.
26 aprile 2011
15 settembre 2010
Tutti amici con l'insalata...
Si, lo so che la versione originale di Bart Simpson era "niente amici con l'insalata", canticchiato e ballato per infierire sulla povera Lisa, ma a quanto pare i tempi stanno cambiando.Da giorni leggo interventi legati al Vegetarianesimo, alla sua influenza etica e salutistica, alle implicazioni eco-politiche ecc. Alcuni "novizi" si infervorano molto, li capisco, ero anche io così molti anni fa, alle volte suonano un po' aggressivi, di solito non raggiungono lo scopo ma servono a scuotere un po' gli animi, a farli discutere, addirittura ad informarsi, e questo non può essere che un bene.
Tutte le cose che ho letto sono corrette, frutto di elaborazioni create da persone "informate dei fatti", ed è meraviglioso, ma la cosa più bella in assoluto è la variazione di percentuale.
Mi spiego meglio: 15 anni fa avevo una sola amica vegetariana, essere attiviste in questo senso era pura futilità e dispendio energetico. L'unico nostro obiettivo era tenere duro e dare un esempio di salute, fisica e mentale. Io ho smesso di mangiare carne lo stesso mese in cui mi sono iscritta all'ISEF, ci si allenava anche sei ore al giorno e non ho mai patito nessuna carenza.
Mi sono però da subito buttata a capofitto nei libri che parlavano di pro e contro (allora erano di più i contro, ovviamente) e ho capito che la maggior parte della gente in realtà ha semplicemente dei problemi di malnutrizione, e crede di essere sana fino a quando i disturbi di cui soffre non diventano cronici. L'ingestione di cibi-spazzatura ci avvelena, e questo può succedere anche ad un vegetariano (il cioccolato per esempio non era vivo :-))).
A mio avviso l'essere umano deve fare prima di tutto una scelta salutista per se stesso e per l'ambiente in cui vive. Tutti fanno la stessa battuta: "se non posso bere caffè, alcolici, mangiare zuccheri, carne, latticini, allora cosa vivo a fare?". Io lo trovo spaventoso e me li immagino tutti come grossi imbuti parlanti, come se tutti gli affetti, le scelte, le conquiste, la famiglia, i figli, non fossero importanti perchè non possono essere fagocitati!
Inoltre purtroppo c'è da dire che un pessimo tenore di vita non ha sempre l'effetto di stroncarti e "ciau bale", poichè il nostro corpo è incredibilmente dinamico, di solito si tende ad agonizzare e vivere male tutti i giorni, prima di schiantarci al suolo.
Oggi sono incredibilmente felice di andare a cena con i miei più cari amici e scoprire che alle volte siamo addirittura in maggioranza e che con gli altri si discute in maniera molto seria delle proprie abitudini alimentari e anche chi non è vegetariano (o non ancora) comincia a manifestare in ogni caso un desiderio di ricerca verso la salute, di consapevolezza, di comprensione nei confronti di ciò che è davvero importante nella vita. Se cambi cibo cambiano anche i pensieri, poichè davvero noi siamo ciò che mangiamo, e non vale solo per la carne, ma anche per molti alimenti che potremmo considerare eticamente edibili perchè non generano violenza sugli animali, ma la generano su di noi.
Sono altrettanto felice di essere riuscita ad organizzare un pranzo di matrimonio vegetariano senza urtare troppo la sensibilità degli altri.
Un consiglio per tutti, se abbiamo dei propositi positivi perseguiamoli, con costanza, diamo l'esempio, con serenità e pace. Non tutti raggiungono gli stessi traguardi, e men che mai negli stessi tempi. Attaccare gli altri equivale a spendere inutilmente la propria energia, chi non vuole ascoltare non lo farà comunque, chi vorrebbe rischia di impaurirsi e non si sofferma.
Un augurio a tutti di migliorarsi sempre nella vita, di non arrendersi mai e di cercare la vera salute.
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13 settembre 2010
La padella

Sono diventata un maestro nel girare i pancake con un solo colpo del polso, e così tak! dorati di qua e di là, senza versarne una goccia. Certo c'è voluta un po' di pratica da quel giorno in cui avevo ammirato la mia amica cuoca provetta, ho grattato dell'uovo dalla cappa una volta, e naturalmente da tutti i fornelli, spesso. Ma poi alla fine ce l'ho fatta, e ora non temo più nulla e posso compiere questo preciso gesto quasi senza pensarci, e così, maledizione, mi ritrovo ad elucubrare, come mio solito, dando incredibili importanze ad oggetti di poco conto.
Inutile dire che i soggetti ben si prestano: padella, rigirare la frittata... e così mi ritrovo a chiedermi se sono diventata brava anche in quello. Se i pensieri che mi rullano in testa come i tamburi giapponesi facendo un rumore tremendo, non siano frutto del mio voler girare la frittata da tutti i lati, per controllarla, verificarla, comprenderla. Accedere ai suoi lati nascosti e pericolosamente crudi. Magari bruciacchiarla anche un po' nel bordo.
Tutto questo senza voler accettare che alle volte una frittata è proprio solo una frittata!
10 giugno 2010
Atemporaneamente
I ballerini muovono i loro corpi quasi fossero permeati dalla follia che giace di certo negli angoli dimenticati della Laveria, i loro sguardi vacui, gli spasmi che paiono essere involontari li fanno apparire come posseduti da spiriti dolcemente languidi e severamente casti insieme.
Eros e Thanatos danzano con loro.
Gli opposti si alternano incessantemente, forza e morbidezza, passione e fragilità, sensualità e violenza, Amore e Morte.
Ballano ai miei piedi ma sono irraggiungibili, la distanza tra loro e il pubblico è quella dello spazio senza tempo. Siamo lì per loro ma loro non sono con noi. E' una condizione difficile da accettare per lo spettatore, che da sempre cerca una ricompensa per la sua partecipazione e che qui non solo non viene soddisfatto, ma che deve accettare la sua condizione di voyeur. "Guardare ma non toccare", non entrare, stare fuori. C'è un muro invisibile a dividere i danzatori dai loro osservatori, composto dalla trance che i primi vivono. Una sensazione così forte da non abbandonarli nemmeno quando lo spettacolo è finito, quando, se ci fosse, scenderebbe il sipario.
Alla Laveria di Collegno, una volta, si lavavano i panni sporchi, di tutti quegli uomini e quelle donne, che, come Orlando, avevano perso il senno, senza che nessuno si premurasse per loro di andare a cercarlo sulla Luna.
Oggi in quella stessa costruzione, imbiancata e messa a nuovo, si fa arte.
Un'arte talvolta difficile da comprendere, da percepire, da possedere, la danza contemporanea.
Da anni i miei occhi cercano di abituarsi all'idea di contrazioni, tensioni, torsioni e carezze, di corpi che si muovono ad un tempo tutto loro.
Ogni anno sono uscita dal teatro con un misto di invidia e insoddisfazione, con interrogativi cui non trovavo una risposta.
Immedesimarsi nell'astratto, un concetto complicato anche solo da scrivere, figuriamoci da vivere, interpretare.
Uomini e donne si muovono con il solo scopo di percepire il proprio corpo, di narrarne il vissuto, di mostrarne le infinite possibilità, questo forse era il vostro messaggio per noi, scappato, nonostante la distanza che ci separava.
Questo almeno è quello che ho carpito io, quello che ho rubato, in sordina, sfuggendo gli sguardi ammonitori e severi dei ballerini.
Le luci si spengono. La Laveria ritrova il suo buio. I matti di Collegno sorridono fieri di essere stati ricordati e attendono nuovi corpi da possedere, solo per poco, di librarsi e liberarsi nello spazio di una danza.
Gli opposti si alternano incessantemente, forza e morbidezza, passione e fragilità, sensualità e violenza, Amore e Morte.
Ballano ai miei piedi ma sono irraggiungibili, la distanza tra loro e il pubblico è quella dello spazio senza tempo. Siamo lì per loro ma loro non sono con noi. E' una condizione difficile da accettare per lo spettatore, che da sempre cerca una ricompensa per la sua partecipazione e che qui non solo non viene soddisfatto, ma che deve accettare la sua condizione di voyeur. "Guardare ma non toccare", non entrare, stare fuori. C'è un muro invisibile a dividere i danzatori dai loro osservatori, composto dalla trance che i primi vivono. Una sensazione così forte da non abbandonarli nemmeno quando lo spettacolo è finito, quando, se ci fosse, scenderebbe il sipario.
Alla Laveria di Collegno, una volta, si lavavano i panni sporchi, di tutti quegli uomini e quelle donne, che, come Orlando, avevano perso il senno, senza che nessuno si premurasse per loro di andare a cercarlo sulla Luna.
Oggi in quella stessa costruzione, imbiancata e messa a nuovo, si fa arte.
Un'arte talvolta difficile da comprendere, da percepire, da possedere, la danza contemporanea.
Da anni i miei occhi cercano di abituarsi all'idea di contrazioni, tensioni, torsioni e carezze, di corpi che si muovono ad un tempo tutto loro.
Ogni anno sono uscita dal teatro con un misto di invidia e insoddisfazione, con interrogativi cui non trovavo una risposta.
Immedesimarsi nell'astratto, un concetto complicato anche solo da scrivere, figuriamoci da vivere, interpretare.
Uomini e donne si muovono con il solo scopo di percepire il proprio corpo, di narrarne il vissuto, di mostrarne le infinite possibilità, questo forse era il vostro messaggio per noi, scappato, nonostante la distanza che ci separava.
Questo almeno è quello che ho carpito io, quello che ho rubato, in sordina, sfuggendo gli sguardi ammonitori e severi dei ballerini.
Le luci si spengono. La Laveria ritrova il suo buio. I matti di Collegno sorridono fieri di essere stati ricordati e attendono nuovi corpi da possedere, solo per poco, di librarsi e liberarsi nello spazio di una danza.
23 aprile 2010
Black & White

Ancora una volta gli opposti.
Ancora una volta accostati.
Noi hakame, il bianco nel cuore, il nero nelle anche.
Sono passati quasi due anni dal mio primo Dan, e solo adesso sento i pensieri comporsi in file più o meno ordinate. Molte cose sono cambiate nella mia pratica, da allora, quasi tutte. Modificazioni impercettibili, come quelle della vecchiaia. Di una ruga non ti accorgi mica, fino a quando non la vedi già perfettamente delineata sul tuo viso. Allo stesso modo oggi mi sento diversa, ma non so dire nulla dei piccoli sommovimenti che mi hanno portato a questa sensazione.
Nella mia pratica il bianco ed il nero si scambiano di continuo, si fondono, si spostano, alle volte prevale il primo, altre il secondo, talvolta si scontrano lasciandomi sorpresa.
C'è un piccolo "spirto guerrier", forse troppo spesso domato, che ogni tanto prende il sopravvento, e che mi fa desiderare di portare la tecnica fino allla fine, che io sia uke o tori non importa, di spingerla per tararne il limite, che mi fa dimenticare i dolori e la paura. Che talvolta mi rende egoista e desiderosa di imparare ad ogni costo, dimenticandomi degli altri.
Ma poi c'è il bianco, che mi fa pensare all'importanza di indossare una cintura nera, al debito nei confronti dei Senpai che ti hanno accompagnato nel cammino, al credito nei confronti dei Kohai, che si aspettano che qualcuno per loro faccia lo stesso.
Passano gli anni, ogni passo è una conquista, ogni nuovo colore da indossare significa solo che non siamo fermi, che non abbiamo smesso di lottare. Dopo la "nera" però non ci sono più colori da conquistare e allora ti viene la paura di non sentirti più così esigente, stimolato, e invece, proprio nel momento in cui inizi a rilassarti e a calcare il tatami per il puro piacere di praticare aikido, ecco accendersi una piccola lucina, e tutto intorno assume altri colori, contorni, sfumature...
... e niente intorno a te è solo più bianco e nero...
14 febbraio 2010
13 Febbraio
Ieri ho spento sessantotto candeline immaginarie e bevuto cento lacrime reali.
Ho masticato sabbia e sale, su quella scogliera, pochi giorni fa. Il vento mi sbatteva di continuo in faccia la mia solitudine.
Non ho portato fiori, la salsedine li brucia in poche ore. Le mie piantine però sono ancora lì, figlie della terra, si tengono abbarbicate e sfidano il Maestrale.
Tra un paio di mesi porterò in dono un bouquet di tulipani e spighe, lo lascerò là in segno di sfida al vento, al mare.
Le porte del pesante cancello in ferro sono sempre aperte, per chi può uscire.
Posso trovare volti familiari di più di un secolo fa, e sapere che un po' di ciascuna di queste persone vive dentro di me, mi fa sentire piccola, appena un frammento, nel tutto vivente.
Un giorno anche io sarò di nuovo atomi e ioni, ma forse il giorno dopo sarò di nuovo cellula, chissà...
Ho masticato sabbia e sale, su quella scogliera, pochi giorni fa. Il vento mi sbatteva di continuo in faccia la mia solitudine.
Non ho portato fiori, la salsedine li brucia in poche ore. Le mie piantine però sono ancora lì, figlie della terra, si tengono abbarbicate e sfidano il Maestrale.
Tra un paio di mesi porterò in dono un bouquet di tulipani e spighe, lo lascerò là in segno di sfida al vento, al mare.
Le porte del pesante cancello in ferro sono sempre aperte, per chi può uscire.
Posso trovare volti familiari di più di un secolo fa, e sapere che un po' di ciascuna di queste persone vive dentro di me, mi fa sentire piccola, appena un frammento, nel tutto vivente.
Un giorno anche io sarò di nuovo atomi e ioni, ma forse il giorno dopo sarò di nuovo cellula, chissà...
7 gennaio 2010
Il sonno della Ragione genera Sogni

La cornice nera sul mobile non genera più immagini, nè vere nè false. Se ne sta lì a prendere la polvere imbronciata. I giornali al bar non li sfoglio più. Internet lo uso per comunicare con i vivi, quelli veri, generare idee, emozioni, parole, piccole cose, ma tutte vere.
Non vedo più sepolcri imbiancati sfilare in pose da veline, general manager, provocatori o Messia. D'improvviso il tempo è aumentato. Einstein forse avrebbe qualcosa da aggiungere in proposito. A quattro mesi dall'ultima proiezione prima del "Grande Buio" ho letto un sacco di libri, scritto molte parole, e preso qualche decisione importante.
Ma soprattutto ho sognato un mondo come lo vorrei, e mi sono dimenticata del mondo come vogliono farci credere che lo vogliamo.
A piccoli, piccolissimi passi, provo a costruirlo. Sto ancora dissodando il terreno, ma penso di piantarci qualcosa, che magari possa germogliare, e crescere.
19 dicembre 2009
Aiki-storie

Nasciamo e siamo rose già recise.
Pagine bianche di un libro ignoto. "Guerra e Pace"? "Novecento"? "Achille Piéveloce"?
Nessuno può dirlo.
Alcune pagine le scriviamo noi, altre c'erano già, scritte da altre mani. Le incrociamo nella nostra storia, a volte sul più bello o invece quando la forza non bastava più per sollevar la penna.
Le persone presenti sul tatami ieri con lo spirito o il corpo, hanno delle pagine in comune.
Hanno titoli buffi come avventure di supereroi, questi capitoli di vite scelte insieme: aiki-cene, aiki-camping... un po' come la bat-mobile, la bat-caverna, è forse perchè è un po' così che ci sentiamo, persone che cercano un po' di rituale, di eccezione, in un mondo di regole, illuministiche e spesso ciniche. Un po' di etica del passato da vivere nel presente.
L'aikicena è un momento informale, ma che mantiene comunque le sue tradizioni. Tutti contribuiscono portando qualcosa da mangiare, o da bere, che viene offerto alla comunità che partecipa, ma quest'anno si è arricchita di qualcosa di più profondo, di corale: la solidarietà.
Non serve aggiungere o spiegare, ci impoverirebbe invece di arricchire. Tanto anche questo era già scritto tra le righe di quelle pagine in comune.
Ancora una volta il tatami diventa un luogo di apprendimento che trascende la pratica marziale. Ancora una volta le mani tese si stringono e diventano sorelle e scrivono insieme delle storie.
L'augurio per il prossimo anno è che sempre di più siano le mani disposte a chiudersi intorno ai polsi in ikkyo, nikyo e sankyo perchè questo è il loro destino nella tecnica, e altrettante siano disponibili ad accarezzare, abbracciare, porgere perchè è ciò che è richiesto a coloro che perseguono un Do.
9 novembre 2009
Ricordare...

Nell'aria, tinta d'arancio, tanti praticanti, tutti in in fila.
Come i tasti di un pianoforte, allineati e in ordine, con i volti incerti, tra il riso e l'amaro.
Tutti accomunati però da una sola ed unica motivazione: donare.
Donare qualcosa di tangibile: la propria pratica e un piccolo piccolo supporto economico... e qualcosa di etereo: la propria compassione, ovvero la condivisione di una parte di quello struggimento che per molto tempo accompagnerà chi resta qui, e il tentativo portare sulle proprie spalle un po' di tutto quel peso.
Oltre cento aikidoka si sono dati appuntamento per stringersi intorno al cuore dei cari di Maurizio, per danzare ancora con lui e per lui sul tatami, per far comprendere che l'aikido è davvero famiglia, comunità, affetti. Che niente inizia e finisce sulla materassina. Che tutto inizia e non finisce, nello spirito. Che ogni gesto può significare qualcosa di importante.
Ci sono stati sorrisi, in questa giornata spesa a soffermarsi e a ricordare.
Ci sono state lacrime, date in dono, insieme agli Onori.
Ci sono stati abbracci, e sguardi.
Ci sono stati incontri, di mani, di braccia, di occhi.
Alcuni sono venuti da lontano.
Altri, tanti, erano già qui, in questi mesi non si sono spostati, fedeli ai loro spazi, ai loro tatami.
Altri ancora si sono mossi con lo spirirto e con le intenzioni, non potendo presenziare fisicamente, e dimostrando che si può, quando si vuole.
Un caloroso ringraziamento a tutti coloro che hanno partecipato con la mente, l'animo e la volontà. E un augurio e un invito, a tutti, di seminare bene, in questa vita che è un passaggio in autostop, per meritare tanto affetto quanto il nostro compagno e amico è riuscito a fare in così breve tempo.
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